SEI GIARE E SOLO ACQUA


( II dom t.o. – Gv 2,1-12)

 C’era una festa a Cana di galilea… la festa della vita per eccellenza: le nozze.

Ma quel giorno qualcosa non andò per il verso giusto…a metà banchetto venne a mancare il vino, l’elemento della gioia… la bevanda che rallegra i cuori, che unisce, che fa dimenticare le malinconie e che rende anche solo per un istante tutti amici.

Se la gioia viene meno, anche la più bella delle feste può trasformarsi in dramma. Il vino è finito ed è finita la festa… Il racconto di quanto accadde quel giorno, così come lo narra Giovanni (è l’unico dei quattro evangelisti a raccontarlo), contiene una serie di immagini che veicolano insegnamenti interessanti. Innanzitutto: qui si parla di nozze… e questo è già di per se importante. Il matrimonio c’era già… non è stato istituito da Gesù?

Ma non è il maestro a donarci i sette sacramenti? E questo? Andiamo in ordine.

Il matrimonio c’era e come… esso fa parte della dimensione antropologica dell’uomo. Quel “non è bene che l’uomo sia solo”, appartiene all’essere umano prima ancora che alla sfera divina. C’era il matrimonio… ma “l’opera delle origini andava completata”. Nel racconto, si dice che fu invitato anche Gesù (i matrimoni in Israele duravano sette giorni circa, durante i quali tutto il paese era invitato ad una festa così lunga a spese degli sposi.

È presumibile pensare che Gesù arrivi verso gli ultimi giorni… quando il vino viene ormai a mancare!). Altro dettaglio: “c’era la madre di Gesù”… ed è lei ad accorgersi che manca il vino (le otri del vino erano in cucina: Maria era lì come invitata o stava al servizio?). ci troviamo tuttavia di fronte alla prima intercessione della madre: “non hanno più vino”. Gesù ancora non aveva iniziato il suo ministero pubblico “donna non è ancora giunto il mio momento”… nei piani trinitari ancora non era il tempo della manifestazione… dei segni (Giovanni chiama così quelli che gli altri evangelisti chiamano miracoli). Risposta irriverente quella del figlio alla madre?

No… qui Gesù sta dicendo a sua madre: quando sarà il momento, il rapporto esclusivo fra noi sfumerà… io sarò tutto a tutti. Vuoi anticipare questo?”. E Maria dice ancora una volta il suo “si”: “qualunque cosa vi dirà, fatelo!”.

Ritorniamo ai segni: c’erano lì sei giare! I numeri nel contesto ebraico hanno il loro significato… dicono qualcosa. Sei è ancora imperfezione… incompletezza: manca qualcosa… la settima giara! Ecco cosa mancava a quell’istituto antropologico che è il matrimonio. Manca la settima giara del vino buono… manca lui: Gesù! E il miracolo (segno) si compie… grazie alla madre… alla sua intercessione… alla sua rinuncia!

Il matrimonio è completo! Infine: in questo racconto non si parla degli sposi… ne si conosce il loro nome; quasi a voler dire che sono Gesù e sua madre la coppia nuziale… i veri protagonisti del primo matrimonio completo della storia.

Il vino mancava… era finita la festa e la gioia… così come spesso accade in tante coppie. Oggi il vangelo ci dice ciò che manca… la settima giara del vino buono. Cosa dirci? Le nozze non terminano con la celebrazione di quel giorno: occorre rilanciare quel “SI” ogni giorno… come vino sempre disponibile sulla tavola della relazione. Con le parole: “Qualunque cosa vi dirà, fatelo”, Maria ci esorta a seguire le orme di Gesù, e la croce fa parte di questo “qualunque cosa”… in quel “Sia fatta la tua volontà!”.

Penso qui, allora, alle innumerevoli situazioni di sofferenza nei luoghi del dolore: il grembo materno violato a morte, la malattia dei corpi e delle anime, la solitudine, l’emarginazione dei poveri, il fallimento morale e spirituale dei ricchi di se, i disastri naturali, le carceri, le famiglie divise… ogni cuore umano! La storia è quasi sempre questa: il vino della gioia non mancava… ma un giorno le anfore sono state brutalmente spezzate, il vino è andato perduto e quello che lo ha sostituito sa molto di aceto. In quella intercessione quel giorno a Cana, Maria ci insegna a stare con Gesù, ad avere fede in lui, ovvero ad amarlo.

Credo sia doveroso, qui, aprire una parentesi relativa alla vera devozione mariana. Se essere devoti a Maria non serve a farci diventare più devoti a suo Figlio, e al Padre di suo Figlio, e alla Figlia di suo Figlio (la Chiesa), la devozione a Maria non solo è inutile, ma può addirittura diventare pericolosa per la nostra fede. Quel giorno a Cana Maria ha solo detto: “Qualsiasi cosa vi dirà, fatelo”. È Dio che salva: sua Madre, intercede per noi… per ottenere il vino.

E così, Dio, alla tua richiesta di vino, ti dice (incomprensibilmente e inspiegabilmente) di riempire le anfore di acqua: perché la sua Grazia si manifesta in forme e per strade completamente diverse da quelle che tu vorresti. Le anfore… anche le anfore per la purificazione sono vuote! Il rito è diventato una ripetizione formale di gesti e di parole. Non parla più alla vita… non spinge il cuore! Quando una religione (ebraica, musulmana, cristiana…) diventa ritualità corre il rischio di svuotarsi come le anfore di Cana!

Vigiliamo perché la nostra fede non diventi dura come la pietra e vuota come quelle anfore. Giovanni ci ricorda che quello di Cana fu il primo segno… Dunque non ci troviamo di fronte ad un miracolo banale ma davanti ad un segno che coinvolge la mia fede e la mia relazione con Dio. “Riempite d’acqua le anfore”… solo acqua posso portare davanti al Signore, nient’altro che acqua. Eppure la vuole tutta, fino all’orlo.

E quando le sei anfore della mia umanità, dura come la pietra e povera come l’acqua, saranno offerte a Lui, colme di ciò che è umano e mio, sarà Lui a trasformare questa povera acqua nel migliore dei vini, immeritato e senza misura. Ecco il segno di Cana di Galilea.

 

donmariorusso

E' il parroco della Comunità del Sacro Cuore ai Gerolomini a Pozzuoli.

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