“GESÙ È STANCO DELLA NOSTRA  STANCHEZZA…”

 (La domenica della samaritana al pozzo di Sicar)

(III dom. Quaresima – Gv 4, 5-42)

Eccoci all’antico pozzo di Sicar per rivivere l’incontro tra Gesù e la donna samaritana.

Gesù è in viaggio: stanco e assetato, siede presso il pozzo di Giacobbe vicino alla città di Sicar, in Samaria: in terra considerata straniera. Questa “pausa di ristoro” si rivela subito per quello che veramente è: luogo di un incontro a lungo preparato, un incontro che può cambiare il nostro cuore.

Mentre egli siede, una donna samaritana viene, come di consueto, ad attingere acqua. Ma quel giorno sarà diverso da tutti gli altri, perché Gesù la sta aspettando. È mezzogiorno… è l’ora più calda del giorno, l’ora della stanchezza. E Gesù è stanco della nostra stanchezza… si fa stanco, accetta di sperimentare l’umana stanchezza per potersi incontrare con la nostra debolezza. “Mentre mi stavi cercando, stanco ti sedesti”(canta un antico inno liturgico).

Ecco, dunque, arrivare la donna di Samaria, che non sa di essere attesa. L’iniziativa dell’incontro parte proprio da Gesù… e le chiede da bere. A tale richiesta, la donna resta interdetta.  Quello che sta accadendo è inconcepibile, e la donna reagisce ponendo allo sconosciuto viandante domande su domande, rivelando così che la vera povera, bisognosa di acqua ristoratrice, è proprio lei: “Come mai…?”… come mai uno straniero bussa alla porta del mio cuore per entrare nella mia vita?

La “straniera” tratta Gesù da straniero e l’Assetato offre da bere a lei che crede di avere acqua nel proprio territorio. È molto significativo che questo incontro avvenga all’ora Sesta: è l’ora della Croce… è l’ora della sua sete.

È l’ora in cui dal suo cuore trafitto sgorgheranno quei fiumi d’acqua viva ai quali potranno dissetarsi tutti coloro che vorranno essere salvati. “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere! , tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva”, ossia acqua che dà la vita, che rigenera e che zampilla per l’eternità; acqua che trasforma in sorgente chi la beve. Ognuno di noi è atteso da Gesù presso il pozzo della grazia e della misericordia; ognuno può sentirsi dire da Gesù: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti parla…!”.

Ma quali sono le condizioni che, secondo questo passo evangelico, risultano necessarie per ricevere il dono della fede e intraprendere un cammino di radicale conversione? Incontrarsi viso a viso con Gesù: accettare di essere da lui guardati nell’intimo per imparare a riconoscere il proprio peccato e consegnarsi a lui in tutta la propria povertà e miseria senza maschere… senza alibi e sotterfugi. Occorre accorgersi di avere bisogno di lui… si tratta di scoprire chi è colui che ci sta davanti e che ci chiede di non considerarlo straniero.

Si tratta anche di scoprire che egli ha sete di noi, perché ci ama e vuole donarsi a noi per dissetarci: “Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”. Perché tale sorgente, fin dal suo primo zampillare, non venga intorbidita dal nostro fango, dobbiamo pulire il fondo del nostro pozzo, buttare fuori tutta la melma e i detriti che sono i nostri peccati.

“Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre…” (v. 2 1). È giunto il momento di staccarsi dal monte Garizim, dal “monte di casa mia”, dal territorio della propria personalità, dal proprio “io”… per stringersi a Gesù. Alla donna che pone le sue domande sul luogo del culto, sulla figura dell’atteso Messia, Gesù risponde con sorprendente semplicità: “Sono io, che parlo con te”.

Ad ogni ora, ad ogni passo del nostro cammino, questa risposta si rinnova per noi, se siamo disponibili ad accogliere colui che da sempre ci parla. Non abbiamo bisogno di altro che di credere alla sua Parola. Spesso nella vita spirituale, nella vita di preghiera, si entra in crisi, perché non si hanno sensazioni straordinarie, non “si sente” niente di particolare, non si prova “gusto” a pregare. Tutto questo non è necessario: non occorre avere visioni, fenomeni mistici carichi di fremiti emotivi e gratificanti per fare l’esperienza della presenza di Dio nella nostra vita.

Per essere realmente uniti a Gesù e partecipare alla sua vita, sappiamo che basta ascoltare e mettere in pratica la sua Parola.

Ecco… a questo punto è bene chiederci seriamente: Da quanto tempo il vangelo non incide sul serio nella mia vita di tutti i giorni? Con i miei affari, i miei affetti, il mio tempo, le mie relazioni.

Al culmine del colloquio… gli occhi della samaritana si aprono. Con gli occhi del corpo già da un po’ vedeva Gesù, ma non lo conosceva. Ai sensi corporei Gesù era un uomo qualunque, un viandante straniero, povero e assetato… ma quando le si aprono gli occhi del cuore, non ha più bisogno di altre parole, di altre spiegazioni: intuisce in modo immediato che è lui l’atteso, il Salvatore desiderato.

Subito, senza indugio, si mette in movimento. Va, corre a chiamare altri: “Venite a vedere…”. Concludo… Chi crede si fa precursore per altri; chi crede si fa occhi per il cieco, per guidarlo a colui che è la Luce, si fa piedi per lo zoppo per condurlo a colui che e la Via; si fa orecchio per il sordo, per portarlo a Colui che e la Parola: si fa tutto a tutti per salvare ad ogni costo qualcuno.

Ecco il nostro impegno per questa III settimana di Quaresima. Buon cammino…

 

 

 

 

 

 

donmariorusso

E' il parroco della Comunità del Sacro Cuore ai Gerolomini a Pozzuoli.

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