“LA LEZIONE DI UNA VEDOVA…”

(XXXII dom.t.o. Mc12,38-44)

 

 

Due donne sono le protagoniste di questa domenica… due vedove e quindi donne povere, sole… che arrancano a vivere. Due grandi donne che nelle difficoltà, non dimenticano di essere provvidenza e dono. Ma prima di addentrarci nell’esempio dato dalla vedova del vangelo, Gesù mette in guardia i suoi dal non essere come i farisei! A loro, il maestro, addebita tre gravi difetti. Il primo è la vanità: “amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti”. In altre parole: si pavoneggiano nello sfoggio dell’ampio mantello dei rabbini, il tallit, per essere riveriti nelle piazze e accaparrarsi i posti più ambiti nelle assemblee liturgiche e nei banchetti. La seconda accusa, che muove loro Gesù, è l’avidità: “divorano le case delle vedove”, sfruttandone l’ospitalità e la generosità. È da tenere presente che una vedova in Israele apparteneva alla categoria più povera e indifesa, insieme allo straniero e all’orfano. La terza accusa è l’ipocrisia: gli scribi “ostentano lunghe preghiere”, esibiscono una grande devozione prolungando i tempi di preghiera alla vista di tutti. Sono gli attori… i teatranti della fede!!! L’altra menzogna, ancora più spudorata e intollerabile, consiste nell’illudersi di amare Dio e il prossimo, mentre invece non si ama che il proprio miserabile io: la propria vanagloria, il proprio meschino tornaconto. E così… eccoci a quanto succede nel tempio: Gesù si trova precisamente in una sala o corridoio del cortile riservato alle donne, dove sono collocate tredici grandi ceste per raccogliere le offerte. Probabilmente gli offerenti dovevano dichiarare al sacerdote di turno l’entità e lo scopo dell’offerta. E così il gesto diventava pubblico e si prestava alla vanità. Gesù siede lì, davanti a questi tredici piccoli forzieri delle offerte… in quel luogo, dove il denaro è proclamato, benedetto, invidiato, esibito. “L’uomo guarda le apparenze, Dio guarda il cuore” (1 Sam 16,7)… il tesoro non è il denaro ma la persona… e Gesù nota tra la folla una vedova, povera e sola: non ha più nessuno, non è più di nessuno, e perciò è di Dio. C’è qui un povero che non chiede nulla per sé, ma da’ tutto quello che ha! Allora Gesù chiama i discepoli, e indica in quella donna povera e sola un maestro della fede, capace di dare anche l’ultimo sorso… gli ultimi spiccioli di vita. La povera donna, vedova, ha consegnato in offerta appena due spiccioli, cioè due monetine tra le più piccole in circolazione. Solo Gesù la scorge e richiama l’attenzione dei discepoli, rimasti imbambolati a godersi lo spettacolo di quell’indegna, oscena gara al rialzo tra i molti ricchi presenti. Il contrasto è netto: gli scribi amano essere sempre i primi nei banchetti, nelle sinagoghe, nelle piazze: mettono i loro soldoni nelle casse del tempio, ma solo per comprarsi il favore di Dio e la gloria e la fama degli uomini. La vedova invece si mette all’ultimo posto: riconosce che solo al Signore spetta il primato; lei si sente da lui totalmente amata e lo riama totalmente. Delle due monetine avrebbe potuto tenersene una, ma a lei non piace fare a metà con Dio: si priva di tutto, a costo di fare la fame e di non avere neanche il pane per quel giorno. Tutti danno il superfluo, e i loro beni restano intatti; lei invece dà ciò che ha per vivere, e le rimane solo Dio. D’ora in poi, se vivrà, lo farà perché quotidianamente dipendente dal cielo. Questa donna ci aiuta a misurare il mondo non con il criterio della quantità, ma con quello del cuore. Gesù, ci ha detto testualmente l’evangelista,“osservava come la folla gettava monete nel tesoro”. Il “come”, per il Maestro, pesa più del “quanto”. Quella donna ha fatto la sua offerta in tutta umiltà, senza alcuna ostentazione. Qui non è questione di tasca… ma di cuore! Amare Dio “con tutto il cuore” significa dare tutto, senza attenderci nulla in cambio. Non abbiamo dato nulla finché non avremo dato tutto. Noi spesso diciamo che amare significa donare, ed è giusto, ma di fatto che cosa doniamo? Non è forse vero che quando diamo del denaro, in realtà noi diamo del superfluo? Quando diamo del tempo, è sempre un po' di quello che ci avanza… no? E quando diamo qualche nostro talento, è dopo averlo utilizzato per i nostri scopi personali o di famiglia o di gruppo… no? Ma di queste due figure, la vedova e i farisei, a quale crediamo di assomigliare? Non ci siamo mai sentiti un pò scribi anche noi? Chi non ama essere riverito, onorato e invitato ai primi posti? Abbiamo appena celebrato la festa dei Santi e la più bella definizione di cosa essi siano, me l'ha data un bambino del catechismo qualche anno fa a messa quando chiesi chi erano per loro i Santi: “Sono quelli che lasciano passare la luce”. Bellissimo! Invece noi, quando facciamo come gli scribi compiacendoci in noi stessi, invece di essere vetro, siamo specchio…. Rimandiamo la nostra immagine e non quella di Dio. Don Liborio També diceva che “quando siamo pieni di noi stessi assomigliamo a una bottiglia che galleggia sull’acqua e non vi entra neppure una goccia: perché non vi entra neppure una goccia d’acqua? Perché c’è il tappo (l’orgoglio) che impedisce all’acqua di entrare e la bottiglia rimane piena di aria, piena di sé stessa, cioè piena di vuoto. Tutta la fede, ci dice questa celebrazione, è racchiusa in due spiccioli, dati con tutto il cuore. Chiediamo oggi al Signore di ammetterci alla scuola di questa povera vedova, che egli, prima di andarsene dalla scena di questo mondo, fa salire in cattedra e ci lascia come maestra di vangelo vivo… e ringraziamolo per tutte le volte che con la sua grazia ha rotto gli specchi e ha tolto il tappo alle bottiglie...